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  • Fare avanguardia

    “Questo è ciò che l’uomo tende a chiamare utopia. Una parola piuttosto scarna, ma insufficiente a descrivere la nuova e straordinaria libertà di cui gode un uomo alle prese con un legame del tutto inedito con l’universo… e la cui sola alternativa è l’oblio”.
    (Richard Buckminster Fuller, Utopia or Oblivion: The Prospects for Humanity, Overlook Press 1969)

    Pubblicato nel 1969, Utopia or Oblivion è il titolo di un celebre saggio a opera del grande architetto e inventore americano Richard Buckminster Fuller. Questo scritto ha il merito di riassumere lo stato dell’architettura contemporanea, costretta a misurarsi con radicali mutamenti tecnologici che si rivelano pronti a ridefinirne il più intimo significato.
    Affermare che l’avvento di Internet e della rivoluzione digitale abbia scompaginato buona parte degli aspetti della nostra esistenza sarebbe un’ovvietà. Il modo in cui lavoriamo, viviamo, ci appropriamo della conoscenza, facciamo incontri e ci accoppiamo – solo a titolo d’esempio – hanno subito trasformazioni radicali nel corso dell’ultimo paio di decenni. Da ultimo, Internet sta sconfinando nell’ambiente fisico, tramutandosi nel cosiddetto Internet delle Cose, e così facendo sta iniziando a pervadere l’ambito per eccellenza dell’architettura: lo spazio. Passo dopo passo, l’ambiente costituito incarna sempre più un’esemplificazione di ciò che Mark Weiser battezzò come “computazione ubiqua”, in virtù della quale la tecnologia si espande con propaggini così ampie e fluide da “arretrare sullo sfondo delle nostre vite”. Sono tanti gli innovatori che si cimentano in questa nuova interpretazione dello spazio, sviluppando strumenti in grado di intervenire sul nostro modo di usufruire degli edifici (si pensi per esempio al termostato Nest) e delle città (a cominciare da come ci muoviamo con Uber per finire agli alloggi che prenotiamo su Airbnb). Ma agli architetti, che ruolo rimane? Come possiamo garantire loro una rilevanza capace di perdurare nel bel mezzo di un universo fisico e insieme digitale? E, ciò che è più importante, in che maniera assicureremo la sopravvivenza dell’architettura, e con essa il sopravvento dell’‘utopia’ sull’‘oblio’?
    È da simili interrogativi che prende avvio questo allegato di Domus. Abbiamo deciso di esplorare il fronte più radicale dell’innovazione architettonica, in cerca di un faro che possa gettare luce sui cambiamenti attualmente in corso. Abbiamo voluto saggiare le evoluzioni della “filiera del progetto”, la quale si snoda dall’ideazione di un artefatto alla sua produzione materiale e al suo utilizzo. Ne consegue che il primo capitolo, incentrato sul concetto stesso di progetto, intenda riflettere sull’intrinseca porosità dei nuovi confini ridisegnati dal ruolo sempre più pervasivo dei software. Quanto al secondo capitolo, esso prende in esame i materiali di recente introduzione in campo architettonico, mentre nel terzo si elabora una stima dell’impatto generato dai nuovi processi digitali di fabbricazione sul più vasto settore industriale. Da ultimo, le pagine conclusive sull’interazione vogliono sondare l’evoluzione degli artefatti in “opere aperte” le quali, anche dopo aver esordito nel mondo reale, continuano a trasformarsi per rispondere alle necessità dei propri utenti.

Carlo Ratti: Utopia od oblio

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  • Passi sicuri

    Da progetti di ricerca ad azienda. La passione di Lise Pape per le applicazioni mediche e i processi di interazione ha portato alla nascita di Walk with Path, che ha studiato due prodotti per aiutare chi ha difficoltà nel cammino

    Ha alle spalle una formazione in biologia e business, è interessata a un progetto che pone al proprio centro le necessità di chi lo utilizza ed è incline al lavoro multidisciplinare. Lise Pape ha decisamente un profilo professionale poco comune che, concentrato sulle applicazioni mediche, l’ha portata a sviluppare due progetti indossabili che vogliono ridurre il rischio di cadute in soggetti vulnerabili e quindi aiutarli a mantenere più a lungo la loro indipendenza e qualità della vita.
    Path Feel è una soletta per scarpe che aiuta ad avere un migliore contatto del piede con il terreno, pensato per anziani ma anche malati di diabete, sclerosi multipla o Parkinson. I suoi sensori producono stimoli a livello tattile che aumentano la percezione dell’ambiente circostante e sensoriale dell’ambiente e danno sicurezza nei movimenti. Path Finder si attacca sulla punta della scarpa e produce indicazioni visive che aiutano chi ha un’andatura irregolare. È pensato soprattutto per malati di Parkinson che soffrono di FoG (Freezing of Gait), la sensazione che i piedi siano incollati a terra. Il primo a essere pronto per il mercato, tra un paio di mesi, è Path Finder, mentre per Path Feel ci vorrà ancora un anno.