La Moda 4.0. Materiali digitali e stampa 3D tra straordinario e quotidiano

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Iris van Herpen, S/S 17 collection

Straordinario e quotidiano sono solo apparentemente due aggettivi con significati lontani. E la loro declinazione secondo i paradigmi della moda ne è la dimostrazione.

Accade ormai sempre più frequentemente, infatti, di vedere e indossare abiti e accessori assolutamente alla moda, capaci al tempo stesso di testimoniare come la congiunzione tra la straordinaria dimensione di idee partorite da stilisti e designer e la loro realizzazione sotto forma di prodotti impensabili fino a poco tempo fa stia divenendo realmente tangibile e più quotidiana. Un primo e affascinante contesto dentro al quale è possibile trovare numerosi spunti di riflessione è quello della stampa 3D, soprattutto quando utilizzata per conferire una tangibile tridimensionalità a un nuovo modo di progettare, che sempre più spesso viene indicato con il nome di design generativo. Nel caso della stampa 3D si parte da un file (tipicamente un disegno in 3D) il quale, trasformato in un codice da un software dedicato, viene prodotto nella sua forma tridimensionale da un’unica macchina controllata da un computer, semplicemente sovrapponendo strati successivi di materiale, uno sopra all’altro.

Il design generativo è invece in una specie di rivoluzione invisibile, come recentemente è stato definito, all’interno del quale grazie a una serie di algoritmi e interfacce digitali è possibile ottenere forme ottimizzate per prodotti, ma anche per edifici, riducendo al minimo, fino a quasi escluderlo, l’intervento dell’uomo. È chiaro che se questo tipo di approccio troverà le conferme che tutti si aspettano, in un futuro più prossimo di quanto forse oggi sappiamo immaginare, il design generativo è destinato a cambiare radicalmente sia la forma del mondo che ci circonda sia il ruolo di stilisti e progettisti, e a diventare il nuovo cuore di come saranno fatte le cose. Quando il design generativo si combina con la ricerca scientifica, la computer grafica, e la stampa 3D i risultati possono essere tanto affascinanti quanto imprevedibili. È certamente questo il caso di chi ha saputo declinare all’interno di questa cornice fatta di matematica, tecnologia e creatività, tutto il fascino dell’ispirazione che proviene dalla natura.

Jessica Rosenkrantz e Jesse Louis-Rosenberg, fondatori di Nervous System, sono considerati veri pionieri nel traslare la complessità delle teorie scientifiche e dei modelli che descrivono la formazione di pattern generati dalla natura, in algoritmi che sono in grado di trasformare polveri in veri e propri materiali digitali. Il tutto rilasciato online per mezzo di applicazioni che consentono agli utenti di co-progettare e creare, modificandone all’infinito le dimensioni e le forme desiderate, accessori, gioielli e abiti dinamici completamente personalizzati.

Nervous System, Kinematic dress

Nervous System, Kinematic dress

Un’altra pioniera delle tecnologie digitali poste al servizio della moda è Iris van Herpen, una fashion designer olandese, unanimemente considerata un punto di riferimento per chi desideri oltrepassare i confini del progetto di moda. Da qualche anno ormai van Herpen si dedica a inventare forme fuori dall’ordinario e approcci sartoriali che combinano l’impiego di materiali tradizionali a quello di tecnologie assolutamente innovative come la stampa 3D, secondo un approccio da lei stessa definito “New Couture” destinato a trasformare anche radicalmente alcuni dei paradigmi fondamentali della moda.

Ma non è solo oltreoceano o al di là delle Alpi che possiamo trovare esempi illuminanti di applicazioni delle tecnologie digitali. Nel nostro paese non mancano designer e progettisti capaci di sperimentare con approcci originalissimi come nel caso di Alessandro Zomparelli e di Mhox design. Qui il materiale è polvere di nylon, stampata in 3D con una tecnologia laser molto raffinata che consente di realizzare forme complesse quanto eleganti, come quella della collezione Carapace dove bracciali, orecchini e collane si ispirano alla microstruttura degli esoscheletri di crostacei, permettendo di modulare caratteristiche come la resistenza e la permeabilità per conferire agli accessori proprietà estetiche e sensoriali del tutto peculiari e piacevolmente naturali.

Sempre in Italia, al +LAB, laboratorio di stampa 3D del Politecnico di Milano la ricerca sui materiali e sulle tecnologie di produzione digitali sperimenta la stampa 3D a basso costo capace di lavorare materiali di uso comune e di origine naturale come il PLA, ottenuto dal mais. È qui che Michele Tonizzo realizza accessori come Vi, un piccolo delicatissimo ciondolo che racchiude in sé tutta bellezza e la versatilità del design generativo attraverso un leggero intreccio di filamenti non planari, che nessun’altra tecnologia convenzionale sarebbe in grado di realizzare.

E ancora a Milano, Odoardo Fioravanti si diletta con tutte potenzialità della stampa 3D, e dal 2015 progetta tre diverse clutch: Armure, che si ispira alle piccole pigne dei cipressi, Ivy, dal delicato disegno a foglie, in realtà derivata dall’osservazione di un pallone da calcio, ovvero l’applicazione più popolare dell’icosaedro troncato, e infine Bern, ispirata al tracciato urbanistico medievale della città svizzera che diventa un’alternanza sinuosa di linee estruse. Tutte e tre le borse sono state progettate proprio per questa tecnologia.

Un altro esempio di materiali resi intelligenti e digitali, straordinari e quotidiani, grazie alle nuove tecnologie è testimoniato dal progetto Jacquard, ideato da Google e sviluppato in partnership con Levi’s. Qui l’idea è di andare oltre i dispositivi elettronici indossabili (i cosiddetti wearable), realizzando dei veri e propri filati che possono essere lavorati con le tecnologie di tessitura convenzionali, ma al tempo stesso in grado di portare nella trama del tessuto fili conduttivi che a loro volta possono trasformare qualsiasi area del tessuto in un punto ‘sensibile’, che rende qualsiasi indumento in una superficie interattiva.

Odoardo Fioravanti, Bern clutch

Odoardo Fioravanti, Bern clutch

Di fatto questi nuovi tessuti connessi sono come una tela bianca per l’industria della moda, e aprono a un numero straordinario di possibilità nell’ambito dell’interazione con dispositivi, servizi, e tutto l’ambiente che ci circonda. Gli stilisti possono progettare con questi nuovi materiali come con qualsiasi tessuto tradizionale, aggiungendo nuovi spazi di funzionalità alle loro idee, senza dover imparare nulla che abbia a che fare con l’elettronica e l’informatica. La collaborazione con Levi’s ha consentito di introdurre l’idea di Jacquard all’interno di convenzionali tessuti denim per produrre un prodotto come il Levi’s Commuter Trucker Jacket disegnato specificatamente per la categoria di ciclisti noti come Urban Commuter (o pendolari urbani). Il giubbotto mantiene la linea e le caratteristiche ben riconoscibili dell’originale che qui sono però migliorate con una serie di funzioni digitali. La connettività è garantita da una piccola etichetta intelligente che contiene tutta l’elettronica necessaria, e il capo, a eccezione di questa etichetta rimovibile, è lavabile e indossabile come qualsiasi denim della collezione Levi’s.

Per concludere doveroso è un cenno a chi si propone di realizzare prodotti eleganti ma con un’attenzione particolare alla sostenibilità. Fra i numerosi esempi che si potrebbero citare ne scegliamo qui due, che si distinguono perché in grado di ben interpretare ii più moderni approcci della cosiddetta economia circolare, una nuova definizione di sostenibilità applicabile a economie pensate per rigenerarsi da sole, e costituite da sistemi in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro.

Il primo è il caso di Rothy’s che dalla California ci dimostra come delle comuni bottiglie di plastica riciclata possono essere trasformate in calzature eleganti e sostenibili. In particolare Rothy’s propone una tecnologia grazie alla quale le bottiglie riciclate vengono prima ridotte in granuli, poi filati, e infine, grazie a una particolare lavorazione a maglia tridimensionale, sono trasformate in scarpe che vestono come un guanto, e sono confortevoli come una calza. Come secondo esempio di questa breve rassegna, ma non certo meno importante, e quanto mai emblematico della commistione tra straordinario e quotidiano fa piacere segnalare l’idea di Giovanni Milazzo che con Antonio Caruso, muovendo dalla bellezza della sua calda e fertile terra natia, la Sicilia, ha fondato Kanèsis, piccola e attivissima start-up che scommette sul valore degli scarti di filiera agricola stabilendo un rapporto tra industria primaria e secondaria.

Kanèsis, thread

Kanèsis, filato / thread

Kanèsis infatti riesce a trasformare le eccedenze di alcuni, sapientemente raccolte e reindirizzate, in materiali di seconda generazione, funzionali alle esigenze di altri, secondo un approccio che si pone a fondamento dell’industria manifatturiera moderna. Nascono così i “termoplastici speciali”: prodotti ricavati dagli scarti delle diverse filiere agricole locali, e di grande interesse anche per la produzione di filamenti per la stampa 3D con i quali Kanèsis ha iniziato a proporre la realizzazione di accessori moda, ottenuti dalla canapa; così come dagli scarti di lavorazione degli agrumi, caratterizzati da particolari proprietà sensoriali e sinestesiche in grado di portare piacevoli suggestioni alla vista, al tatto, e, con una modalità del tutto caratteristica, anche all’olfatto facendoci respirare il profumo dei fiori d’arancio.

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Marinella Levi

Marinella Levi è docente di Ingegneria chimica presso il Politecnico di Milano. Dal 2013 dirige +LAB, il laboratorio di stampa 3D del Politecnico che ha sede presso il dipartimento di chimica, materiali e ingegneria chimica “Giulio Natta”.

Last modified: 15 giugno 2017