Carlo Ratti: Utopia od oblio

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Carlo Ratti: Utopia od oblio

L’architetto al tempo dell’Internet delle Cose potrebbe diventare colui che stimola (senza imporli) i percorsi evolutivi dell’ambiente in cui abitiamo.

Domusweb: Oggi si parla molto di Industria 4.0, basata sull’Internet of Things e sui Big Data. Quali nuove modalità di progettare e vivere nell’ambiente urbano portano con sé queste nuove tecnologie?

Carlo Ratti: L’Internet delle Cose, o Internet of Things, è la naturale evoluzione di Internet – e forse la più importante rivoluzione tecnologica del presente. Una rivoluzione il cui prologo è stato l’ingresso degli smartphone nelle nostre vite, ma che oggi ci sta portando verso una vera e propria rete di persone e cose collegate in tempo reale. App come Uber, AirBNB, Tinder, Grindr, sistemi quali il termostato Nest, il car sharing di Car2Go o le macchine senza guidatore di Google – per citare solo alcuni esempi – non sarebbero possibili senza l’Internet delle Cose. Le conseguenze per l’architettura sono molto importanti. Mi piace pensare che le vivremo a cavallo tra due similitudini, all’apparenza antitetiche. Da un lato l’idea dell’architettura come “terza pelle”, dinamica e vivente, oltre a quella naturale e ai nostri vestiti. E dall’altro la reinterpretazione della vecchia idea di Le Corbusier della casa come una “machine-à-habiter” in chiave contemporanea. Noi stessi finiremo per diventare cyborg – esseri viventi potenziati da una tecnologia sempre più simbiotica al nostro corpo.

Con il supplemento Innovation che abbiamo curato per Domus siamo andati a scattare una istantanea di alcuni di questi cambiamenti, seguendo quello che potremmo chiamare il “metodo MIT”. Abbiamo cioè provato a intercettare i primi segnali di come, dalla prospettiva d’avanguardia di Cambridge, Massachusetts, le modalità di progettazione, interazione e produzione – e gli stessi materiali – stiano cambiando in modo profondo.

Domusweb: Qual è il ruolo degli architetti in questa rivoluzione digitale? Quali strumenti devono avere per affrontare questo scenario? Quali competenze?

Carlo Ratti: Credo che oggi più che mai gli architetti siano di fronte a una scelta fondamentale. Quella che con le parole di del grande progettista e inventore americano Richard Buckminster Fuller potremmo definire “Utopia or Oblivion”: utopia o oblio. Oblio, nel caso gli architetti non siano capaci di misurarsi con i cambiamenti in atto. Ma utopia, nel caso riescano a diventare artefici della trasformazione del “mondo dell’artificiale” – a partire dalle nostre città. L’architetto al tempo dell’Internet delle Cose potrebbe diventare colui che stimola (senza imporli) i percorsi evolutivi dell’ambiente in cui abitiamo; colui che aiuta a costruire, in maniera dialettica, lo spazio condiviso di domani, di cui tutti possiamo essere partecipi. Non è un passaggio facile, dato che sono necessarie nuove competenze. Proprio per questo siamo andati a chiedere a Hashim Sarkis, preside della Scuola di Architettura del MIT, come immagina la formazione degli architetti di domani.

Domusweb: Le università sono in grado di formare questi nuovi professionisti? Quali sono i requisiti indispensabili oggi per formare architetti e ingegneri 4.0?

Carlo Ratti: Credo che sia necessaria moltissima sperimentazione. La mia impressione è che molti curricula oggi siano datati e assomiglino un po’ a quelli delle École des Beaux-Arts a inizio Novecento. Fondamentale è insegnare ai professionisti di domani a comprendere i molti livelli di intersezione dell’architettura con altri settori – non solo ingegneria ma anche economia, sociologia, per non citare ovviamente discipline come interaction design e programmazione. Un lavoro transdisciplinare di cui l’architetto può essere – proprio per la sua formazione generalista – l’armonizzatore.

Domusweb: Quali istituti internazionali consideri all’avanguardia nella formazione, oltre naturalmente al MIT di Boston?

Carlo Ratti: Apprezzo molto quegli istituti capaci di sperimentare e mettersi in gioco, rischiando in prima persona. Negli Stati Uniti mi sembra che Princeton e Cooper Union stiano portando avanti grandi cambiamenti – così come in Europa lo IAAC, l’ETH o Strelka. Altre scuole di grande tradizione sono invece prigioniere del proprio passato… Ah, l’Academie!

Domusweb: Quali tra quelli italiani sono secondo te all’avanguardia?

 Carlo Ratti: Mi sembra che i Politecnici di Torino e Milano mantengano sempre un alto profilo: è da lì che provengono molte delle persone che lavorano con noi a Torino, Boston e Singapore. Ma si trovano eccellenza un po’ ovunque nel Paese – che però, come sempre, è un po’ a macchia di leopardo e cambia molto anche solo da un dipartimento all’altro.

Domusweb: Tu costituisci un caso esemplare di “cervello in fuga”, con una carriera accademica all’estero, anche se poi hai aperto uno studio tuo a Torino. Persistono ancora le condizioni che ti hanno portato a “emigrare”? Quali prospettive professionali si aprono oggi per un giovane architetto/ingegnere italiano?

Carlo Ratti: Il nostro studio a Torino ha iniziato la sua attività nel 2004, in parallelo ai miei primissimi periodi spesi al MIT: i due rami sono cresciuti in parallelo, con scambi continui tra il Senseable City Lab e Carlo Ratti Associati. Oggi lavorano con noi tra le varie sedi circa 150 persone, principalmente tra Torino Boston e Singapore: sia architetti e ingegneri italiani con esperienza internazionale, sia loro colleghi stranieri. Questo è per dire che non credo proprio di poter rientrare nella categoria dei “cervelli in fuga”: l’Italia non è mai stata esclusa dai miei piani.

Domusweb: Qual è lo stato della ricerca in Italia? Quali sono i campi di applicazione in cui è più forte?

Carlo Ratti: Partiamo da architettura e Internet of Things. Quello che vedo è che alcuni dei fenomeni più interessanti del presente sono dirette conseguenze di un’esperienza come quella dell’Interaction Design Institute di Ivrea. Penso non soltanto ad Arduino e allo sviluppo del software per visualizzazioni Processing, ma anche a realtà imprenditoriali come Experientia, Dotdotdot, ToDo, e altre ancora. Come Carlo Ratti Associati beneficiamo molto spesso di questo ecosistema: studi come quelli che ho menzionato hanno collaborato con noi su progetti come la mostra Open Oven per Indesit, o il Future Food District per Coop a Expo Milano 2015, o ancora più di recente il nostro padiglione per FICO Eataly World, in costruzione in questi mesi. A più di quindici anni dalla fondazione della scuola di Ivrea, l’eredità di Gillian Crampton Smith – che tra l’altro fa parte del nostro board di advisor – è più che mai viva. Per me una lezione importante è che quando si cambiano le regole del gioco – in questo caso della ricerca, rendendola più agile e meritocratica – il nostro Paese ha moltissimo da offrire.

Carlo Ratti Associati, Fondazione Agnelli, 2016Domusweb: Il termine smart viene oggi applicato generosamente a oggetti, edifici e città. Quali caratteristiche devono avere un edificio e una città per essere davvero “intelligenti” o “sensibili”, come tu preferisci definirli? Ci segnali qualche esempio virtuoso?

Carlo Ratti: Come giustamente dici, non sono un grande estimatore del termine “Smart” – che mi fa pensare a progetti in cui la tecnologia è fine a se stessa. Preferisco usare l’aggettivo “Senseable”, che mette l’accento su una capacità molto umana: l’esperienza dello spazio. Quel misto di “sentire” il mondo entro variabili che non sempre è possibile quantificare in modo oggettivo – come la bellezza di un edificio o il senso di libertà che si prova passeggiando per le strade di una città straniera. Citavo prima l’idea dell’architettura come terza pelle. Bene: grazie alle tecnologie digitali possiamo finalmente realizzare un ambiente costruito capace non soltanto di “sentire” ma anche di “rispondere” – adattandosi in tempo reale alle nostre esigenze. Tra poche settimane ultimeremo a Torino il restauro della Fondazione Agnelli – un progetto che integra diversi elementi su cui abbiamo fatto ricerca negli ultimi anni: dalla massima personalizzazione delle variabili climatiche negli ambienti interni fino alla gestione di spazi di lavoro condivisi. L’obiettivo finale è quello di dare forma a un’architettura che incentivi i processi creativi e quegli scambi di opinioni e prospettive che sono la vera ragione per cui ancora oggi desideriamo andare in ufficio, nonostante la possibilità di lavoro in remoto.

Domusweb: Quali sono i nuovi protagonisti della rivoluzione della mobilità? Quali i progetti attuali più all’avanguardia?

Carlo Ratti: Scriveva Le Corbusier in Vers une architecture che “l’automobile ha completamente ribaltato tutte le nostre vecchie idee sulla pianificazione urbana”. Se l’automobile ha dato forma alla città del Novecento, i nuovi sistemi di mobilità potrebbero ridefinire l’uso dello spazio urbano nel prossimo secolo. Le auto che si guidano da sole avranno un impatto fortissimo sul nostro modo di intendere la città. Quasi di sicuro ci metteranno di fronte a nuove distinzioni tra trasporto pubblico e trasporto privato – ma quali saranno le conseguenze esatto di tutto questo, ancora non possiamo saperlo. Potrebbe succedere che, nello scenario più positivo, tutti noi potremo circolare in città con solo una frazione dei veicoli in uso oggi (liberando i parcheggi e con loro molto spazi da riconvertire in altre funzioni). Oppure potremmo andare incontro a uno scenario più fosco, in cui il trasporto su ruota potrebbe diventare così economico da far concorrenza al trasporto di massa, e alla fine condannare le nostre città a un ingorgo senza fine. Come spesso accade, molto dipenderà dalle decisioni politiche che prenderemo in un senso o in un altro.

Infine, tra i progetti di cui si parla di più negli ultimi mesi, ammetto di avere più di una perplessità su Hyperloop, il sistema di trasporto ad alta velocità proposto da Elon Musk. Al di là delle sfide tecnologiche, che credo possano essere superate, mi chiedo se davvero abbiamo bisogno di un sistema simile – che prevede lunghi spostamenti verso complesse stazioni suburbane e brevi viaggi in tubi che non interagiscono con l’ambiente esterno. L’esperienza è uguale a quella dell’aereo, con un costo di installazione molto superiore e un costo di utilizzo inferiore. Al contrario, nelle nostre città di domani percorse da auto senza guidatore, i veicoli stessi potranno diventare estensioni dei nostri uffici, o delle nostre case. Credo sia un approccio più interessante…

Domusweb: Quali sono le innovazioni che cambieranno maggiormente il nostro modo di vivere e lavorare nei prossimi cinque anni?

Carlo Ratti: Preferirei non fare previsioni… Ma è soltanto questione di tempo prima che l’Internet of Things, magari combinato ad alcune delle dinamiche della condivisione, cambi in profondità il nostro modo di intendere lo spazio abitato. Molti tra i progetti che abbiamo incluso nel supplemento Innovation di Domus ci consentono di fare proprio questo: guardarci allo specchio immaginandoci nel futuro prossimo.

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Last modified: 8 giugno 2017