ITT: un modello italiano per la ricerca

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ITT: un modello italiano per la ricerca

Alla guida del gruppo internazionale di scienziati che fanno ricerca su robot umanoidi e materiali intelligenti dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, Roberto Cingolani delinea la fisionomia di questo polo di eccellenza statale nato nel 2003 e fa il punto sullo stato della ricerca in Italia.

Quali sono le caratteristiche del modello di lavoro dell’IIT? In che cosa si distingue da quello di altri poli di ricerca europei e mondiali? Quali sono i suoi punti di forza?

Il modello IIT si ispira alle principali realtà di ricerca internazionali – come Max Planck Institute, e TNO in Europa; MIT, Scripps, Caltech in Usa; Waseda in Giappone. I suoi risultati scientifici sono sopra la media nazionale e allineati ai risultati dei migliori istituti di ricerca nel mondo. I punti di forza di IIT sono sicuramente la multidisciplinarietà e la multiculturalità: in IIT convivono 1.500 ricercatori provenienti da circa 60 Paesi, con oltre 20 profili scientifici differenti, dalla medicina all’ingegneria. Altro punto di forza dell’Istituto è il sistema di reclutamento dei ricercatori. Da qualche anno abbiamo introdotto il percorso di Tenure Track istituito sul modello delle policy di reclutamento dell’Università di Harvard. Tale sistema di selezione prevede che il reclutamento dei ricercatori avvenga mediante una valutazione condotta esclusivamente da panel di esperti esterni. Una volta selezionato, il ricercatore ha a disposizione un certo numero di anni (da 5 a 10 anni) per dimostrare di poter condurre in autonomia un programma di ricerca di alto livello nel suo settore. In questo periodo è totalmente autonomo, responsabile dei suoi collaboratori e del suo budget di ricerca.

Che posto avete nel panorama dei centri di ricerca internazionale?

Abbiamo collaborazioni con tutti i principali poli di ricerca mondiale. Inoltre due nostri outpost sono all’interno dell’Università di Harvard e del MIT negli Stati Uniti.

Quali i settori e le aree di ricerca più promettenti dell’IIT, quelli su cui puntate di più?

Fino ad ora si è investito molto su robotica, nanotecnologie e nuovi materiali, campi di ricerca in cui siamo tra i primi al mondo. Negli ultimi anni, le tematiche relative alle “life science” hanno acquisito un ruolo molto importante e sicuramente sono destinate a crescere ulteriormente: la nanomedicina, lo studio del cervello, la genomica, tutte di grande interesse a livello mondiale e in cui il nostro Istituto sta ottenendo ottimi riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale.

Istituto Italiano di Tecnologia

La vostra piattaforma ha contributo a porre un freno alla fuga dei cervelli? Quali sono i numeri della composizione italiana e internazionale dei suoi scienziati?

Lo staff complessivo di IIT conta circa 1.550 persone. Il 45% dei ricercatori proviene dall’estero: di questi, il 29% è costituito da stranieri provenienti da 58 Paesi e il 16% da italiani rientrati. L’età media del personale IIT è di 35 anni suddivisi in approssimativamente un 40% di donne e un 60% di uomini.

Come valuta la formazione di ricercatori scientifici in Italia? Quali sono i poli formativi di eccellenza nazionali e quali quelli internazionali?

In Italia sono numerose le realtà in cui vengono formati i ricercatori per essere competitivi a livello internazionale: la Scuola Superiore Sant’Anna, la Normale di Pisa i Politecnici di Milano, Torino e Bari, ma anche tante università come La Sapienza, la Federico II, l’Università di Genova… la lista potrebbe continuare. Siamo comunque competitivi come preparazione rispetto alle grande università come Harvard, Stanford o Cambridge, non è la formazione che manca ai ricercatori italiani. A volte ci possono essere problemi di mentalità.

Si può fare ricerca oggi in Italia nonostante gli scarsi investimenti pubblici?

Si può fare, come facciamo noi e altre realtà sul territorio nazionale. Nonostante la carente politica di finanziamento alla ricerca diffusa riusciamo a essere competitivi sul panorama mondiale. Si potrebbe fare meglio se ci fosse una politica della ricerca maggiormente lungimirante.

Quali sono i punti da cambiare/migliorare per far progredire la ricerca e le strutture a essa dedicate?

Il ricercatore è uno che fa questo lavoro per passione: vuole avere un laboratorio molto attrezzato,  un ambiente per fare ricerca di alto livello, regole chiare di valutazione ed essere autonomo. Queste sono le caratteristiche che rendono interessante una struttura di ricerca. Come nello sport, se si riesce ad attrarre i migliori talenti la squadra risulta vincente e il sistema ricerca va avanti e si può autoalimentare, almeno in parte, con i suoi prodotti.

Quali sono i vostri maggiori successi in termini di nuove start up e brevetti? E quelli in via di sviluppo?

IIT a oggi vanta più di 480 titoli di brevetti attivi, 16 startup costituite e una ventina in fase di lancio. Tra le startup più di successo sicuramente va nominata Movendo Technology, quella che ha unito robotica e riabilitazione, raccogliendo 10 milioni di finanziamento dal gruppo Dompè e che ha già venduto diversi robot riabilitativi e creato una trentina di posti di lavoro che diventeranno, in poco tempo, un centinaio. Tra le realtà in via di sviluppo abbiamo la startup Bedimensional che si occuperà di produrre grafene, uno dei nuovi materiali più promettenti, e altri materiali innovativi e molti altri progetti come Nanochrome, il progetto di startup che sta mettendo a punto test genetici e diagnostici low cost.

Istituto Italiano di Tecnologia, bioplastica

A che punto è in Italia la quarta rivoluzione industriale, ovvero quella della nanomanifattura? Quali passi si devono fare per accelerarla?

La direzione intrapresa è quella giusta. Dal canto nostro, stiamo producendo e sviluppando la tecnologia necessaria ad affrontare questa rivoluzione. Sicuramente alcune realtà, sia pubbliche sia private, devono ancora adeguarsi a questi cambiamenti: prima lo si farà, prima l’Italia potrà rilanciare la nanomanifattura ed essere competitiva. Credo che sia solo questione di tempo.

Qual è lo stato dell’arte del progetto Italia 2040, la realizzazione dello Human Technopole nell’area milanese che ha ospitato Expo2015, di cui lei è capofila?

Noi stiamo seguendo le istruzioni del Governo e stiamo coordinando la fase di startup dal punto di vista tecnico-pratico. Compiuto il nostro mandato, la fondazione HT vivrà di vita propria cercando di attrarre i migliori talenti internazionali negli ambiti di ricerca oggetto della nuova realtà.

Quali pensa siano le cinque innovazioni che cambieranno maggiormente il nostro modo di vivere e lavorare nei prossimi cinque anni?

La robotica sicuramente impatterà sulla nostra vita sempre di più: una robotica non pensata per sostituire l’uomo, ma in grado di affiancarci e di aiutarci nel quotidiano. La nanomedicina cambierà il modo di curarsi e renderà le cure più accessibili ed efficaci. Un ruolo importante lo rivestirà la nuova generazione di tecnologie fotovoltaiche basate su perovskite, un materiale che potrebbe rimpiazzare il silicio, e anche la plastica biodegradabile ottenuta da fonti rinnovabili (come gli scarti vegetali) che, insieme alla nascita di nuove fonti energetiche, potrebbe cambiare profondamente la nostra società ancora troppo legata all’uso dei combustibili fossili. Infine, l’innovazione verrà dalla genomica accoppiata ai Big Data, che consentirà di mappare e studiare il nostro codice genetico e capirne i segreti elaborando grandi quantità di dati, in modo da curare malattie vecchie e nuove, migliorare il tenore di vita di una popolazione che invecchia e che ancora non è pronta a fronteggiare le grandi sfide della società del futuro.

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Roberto Cingolani
Roberto Cingolani

Nato nel 1961 a Milano, ha conseguito un master in fisica a Bari nel 1988 e un diploma di perfezionamento alla Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1989. Esperto di nanotecnologia, ha lavorato tra Stati Uniti, Giappone e Germania prima di approdare alla direzione scientifica dell’Istituto Italiano di Tecnologia nel 2005.

Last modified: 28 marzo 2017